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Attacchi di panico: “tsunami” dell’ansia

Attacchi di panico: “tsunami” dell’ansia

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Chi ha vissuto l’esperienza di un attacco di panico probabilmente non se la dimenticherà mai. Forse c’era un po’ di nervosismo o, al contrario, addirittura calma piatta, quando all’improvviso è arrivata un’ondata di panico, uno “tsunami d’ansia”.

Può essere un qualcosa del tutto inaspettato, “a ciel sereno”, o legato ad un contesto, una situazione. Aereo, macchina, metropolitana, supermercato o cinema sono solo degli esempi. Associare panico a determinati contesti o situazioni diventa un fatto mentale.

La morsa alla gola del panico può anche manifestarsi durante la notte, con risvegli improvvisi in uno stato di ansia. Ci sono palpitazioni, capogiri, sudorazione, tremore, cuore a mille, dolori al torace nel corteo di tanti altri sintomi. Non si sa cosa succeda ma è come se stia per accadere qualcosa di terribile, una catastrofe, la fine. La temuta fine. Poi però non accade nulla e la paura sembra andar via lentamente, lasciando esausti.

Tutto si complica perché vengono prese delle misure preventive, evitando i luoghi affollati e talvolta anche i momenti di svago a questi connessi. Apparentemente si partecipa ad una riunione di lavoro o ci si reca in un luogo di svago. In realtà lo si fa ripetendosi mentalmente una serie di mantra negativi: “ho paura, mi sento male, mi verrà un infarto, nessuno mi può aiutare”. Se riesce a contenere l’ansia, pur provando un forte malessere, la persona cercherà di nascondere la sua condizione. Altrimenti sarà costretta ad allontanarsi in fretta dalla riunione o dalla sala cinematografica in questione.

Si scrive panico quindi, ma si legge “paura della paura”. Chi soffre di attacchi di panico vive in un mondo pieno di paure, divieti, costrizioni, percorsi ed eventi già fissati ed immutabili. Evita di prendere un ascensore perché potrebbe risultare una trappola senza via di salvezza. Evita l’autostrada perché, col suo percorso obbligato, preclude per un tratto la strada del ritorno. Al cinema potrebbe essere un problema occupare i posti centrali, rischiando di non avere libere eventuali vie di fuga. In realtà tutto questo non fa altro che mantenere il problema: non ci sarà mai l’opportunità di verificare la fondatezza delle proprie preoccupazioni.

Più mi comporto in questo modo, più accade questo
Più ci si sforza di dormire e meno si riesce ad addormentarsi. Allo stesso modo: più si cerca di calmare le proprie preoccupazioni, più queste si rafforzano. Si potrebbero paragonare questi problemi ad una danza nociva. E noi siamo perfettamente in grado, nostro malgrado, di riconoscere il nostro ballo. C’è una buona notizia: non siamo obbligati a danzarlo. Siamo liberi di ballare quello che ci piace e se cambiamo danza, anche il nostro partner dovrà adattarsi.

La soluzione diventa il problema
A questo punto, però, subentra un altro dato di cui va tenuto conto: anche cambiando le cose non cambia nulla. In realtà, spesso una soluzione può diventare un problema. Ogni volta che si prova a risolvere il problema, si finisce per aggiungere un altro ceppo al suo fuoco. Il motivo è semplice: la soluzione scelta si basa sull’interpretazione della situazione, invece che sui fatti. Per far passare il prurito occorre grattarsi, ma immaginiamo un eczema (con pelle rossa e irritata). Prude molto e così naturalmente ci si gratta. Con questa malattia però le cellule cutanee sono molto sensibili, e quando ci si gratta, liberano istamina, che peggiora irritazione ed infiammazione. Così il prurito ritorna, più forte di prima e peggiorando ulteriormente nel caso ci si gratti ancora. Grattarsi è una buona soluzione per un prurito passeggero in una pelle sana e normale, non per un prurito persistente in una pelle già provata. Ma questo non si impara, non ce lo dicono. L’ironia della sorte è che la nostra stessa educazione interventista ci invita a perseverare, a riprovare: “Insisti di più!”… “Non ci hai messo abbastanza impegno!”…

Ricordiamolo: un attacco di panico passa. Sempre. L’esperienza del panico, che altro non è che la più pura, semplice ed intensa manifestazione di paura, non si può debellare. Esiste in natura e ha profonde radici nel mito di Pan (da dove deriva la parola panico), dio burlone che quando passava travolgeva tutto come uno tsunami con il suo terribile urlo. E a testimonianza del terrore provocato dall’urlo improvviso, va detto che anche gli altri dei non erano risparmiati dalla terribile esperienza.

In assenza di altre condizioni mediche-organiche ci si dovrebbe interrogare sugli attacchi di panico e chiedere se segnalino un qualcosa che viene trascurato. Un’eventuale risposta affermativa che potrebbe non piacere perché fa render conto di essere limitati nella libertà personale, potrebbe allora portare a rivolgersi ad un esperto per prendere consapevolezza cosa c’è sotto e per apprendere le tecniche di gestione dell’attacco di panico.

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