Le implicazioni psicologiche dell’emergenza Coronavirus

I giorni di questo trauma collettivo trascorrono strani, sembrano un po’ estranei, a volte tutti uguali, forse a volte inosservati, eppure saranno di certo ricordati. Alienanti e faticosi, un po’ come la frenesia che impegnava le nostre giornate negli ultimi anni. Sono settimane in cui ci stiamo misurando col tanto tempo a disposizione, e con i delimitati e limitanti metri quadri delle mura domestiche. Ma già da qualche mese era risuonato, lontano, un campanello d’allarme. Era stato un brivido improvviso e non gli si era dato molto peso. Un virus entrando nei polmoni di persone dagli occhi a mandorla, ha bruscamente interrotto i festeggiamenti per il loro Capodanno. E da lì ha cominciato a viaggiare in Business Class o su navi da crociera. E se schiere di medici, infermieri, operatori e ricercatori lottano instancabilmente contro il Coronavirus, c’è sempre il rischio dietro l’angolo di sottovalutare gli strascichi psicologici di tutto questo.

Gli effetti psicologici su chi cura

Nel crudo realismo di questi giorni così duri per tutti, c’è chi combatte in prima linea la cattiveria del virus che incastra nell’impotenza. Perché una cura non c’è. I medici, assieme agli infermieri e al personale sanitario, sono costantemente attivati in turni interminabili, privati della possibilità di restare in sicurezza a causa del costante pericolo. Danno sollievo agli ammalati, raccolgono negli sguardi e nei gesti, anche nell’ultimo istante, tutta la complessità di una vita. Faticano, spaesati e smarriti come chi hanno in cura, a dare l’ultima carezza con i guanti e gli scafandri. E poi qualcuno crolla sulla scrivania perché non ce la fa più. Questo scenario di vulnerabilità, pericolo e insuccesso rende labile il confine tra il rischio di traumatizzazione e burnout.

Dimensione psicologica collettiva e individuale della quarantena

Nulla sarà più come prima. Viviamo nelle stagioni mutanti. Anche il clima si ribella e il calendario si sgretola, perdendo quelle rassicuranti certezze su cui abbiamo fondato cultura, tradizioni, radici. Per affrontare un cambiamento drastico e repentino e rimanere in equilibrio ci rivolgiamo a dei meccanismi di difesa presenti nella mente oltre che nel corpo. Ci si spinge fuori da casa per negazione e onnipotenza, magari a fare grandi scorte ai supermercati, si eseguono rituali di ossessività igienica, ci si sente ansiosi ricettacoli di sintomi. Sentimenti di noia dilatano il nostro tempo soggettivo e i flash mob dal balcone hanno espresso, oltre che patriottismo, manifestazioni rassicuranti di fiducia e gioia.

Si accetta di rimanere chiusi in casa per tanti giorni, con la paura del disastro economico, di perdere il lavoro, mentre quasi tutto viene chiuso. Le città e le strade sono vuote, surreali, sospese. Stando a casa, la strada che porta a se stessi può essere impervia. Pur proiettati nel mondo, il percorso verso le profondità di noi stessi è una faccenda del tutto personale. Si convive col folle pensiero che anche la persona più cara possa veicolare il virus. Lo stesso termine “contagioso” che fino a ieri era d’accompagnamento al “sorriso”, oggi si veste di un nuovo significato spaventante. E mentre non fare visita ai propri nonni o genitori diventa un atto d’amore, nascono sentimenti di sfiducia verso l’altro, chiunque egli sia, osservando tutte le regole per evitare il contagio.

Quarantena di incertezze e privazioni

Non sapere quando torneremo ad abbracciarci, viaggiare o fare un aperitivo, quando metteremo da parte mascherine, guanti e disinfettanti, genera angoscia e ansia. Non avere una data certa per la fine di tutto questo provoca impotenza e smarrimento. Ci mancano le relazioni. Nonostante l’avvitamento della società moderna in un forte individualismo, il Coronavirus ci ha ricordato che siamo animali sociali e non siamo fatti per la solitudine. Stiamo comprendendo quale sia l’utilizzo migliore di smartphone, e social network. La rete, che tanta negatività ha seminato, ora ha una possibilità. Ci manca la libertà. Sentendoci liberi, davamo per scontata la libertà di muoverci. Come per la salute e la felicità: quando non ci pensiamo significa che ce l’abbiamo. Lo spiega bene il filosofo Sartre: il nazismo ha insegnato a capire la libertà. La caduta dei regimi tirannici e dittatoriali fa riscoprire la libertà, come una sbornia. Dopo ci si assuefà nuovamente. Normali sensazioni rischiano di essere amplificate. Il momento può riattivare antiche tracce di memoria, legate ad altri eventi difficili.

Resilienza e Crescita Post-traumatica

Resilienza è una parola utilizzata da esperti e non per definire la capacità dell’uomo, in parte innata, di affrontare le avversità della vita e superarle, uscendone rinforzato, o addirittura positivamente trasformato. Come in tutte le cose difficili, anche questo momento di sospensione negativa, potrà portare una Crescita Post-traumatica. Si giungerà alla comprensione di nuovi significati personali, ridefinendo tanti concetti e valori, quando torneremo a vedere la luce fuori da questo tunnel, riaccendendo i fari sul futuro. Può essere anche un momento da sfruttare per pensare al modo in cui ricostruire e migliorare una volta che recupereremo la libertà di uscire nel mondo, perché in fondo anche nelle difficoltà si può tirare fuori il meglio.

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