Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

Egoismo social e sociale

Una delle convinzioni più diffuse sulla società è che questa sia composta da individui egoisti. Mossi quasi esclusivamente dall’interesse personale, in eterna competizione gli uni con gli altri, sono tutti troppo concentrati a celebrare sé stessi e la propria unicità. In una società a cui non non interessa né della collettività, né dell’individuo, macchinosa ed immersa nella liquidità e in associazioni fine a se stesse. I molteplici spaccati, social e sociali, del tempo presente ritraggono svariate forme di egoismo.

Gli egoisti sono affetti da una patologia dilagante che spinge a considerare se stessi, i propri desideri e le proprie volontà come centro di gravità della propria esistenza. I rapporti non si evolvono perchè vedono il servirsi dell’altro soltanto finché è utile. Per estendere il proprio potere e benefici e per raggiungere i propri fini egoistici. Le conseguenze devastanti scorrono al ritmo di immagini e notizie, senza forte impatto su una quotidianità ormai assuefatta e indifferente. Guerre, omicidi, affari loschi, invidia mascherata da ammirazione. In sintesi spinte egoistiche di ogni genere, oltre ogni legge morale.

Laltruismo

Alcune notizie restituiscono speranza con casi eclatanti di chi si lancia in soccorso di qualcuno, dona in beneficenza per una giusta causa o cede il proprio posto su un mezzo pubblico a persone più anziane. Nell’essere umano e nell’umanità convivono pulsioni egoistiche con pulsioni altruistiche. Quasi nessuna delle conquiste e delle vicende personali o sociali sarebbe stata possibile senza una forte propensione ad azioni collettive.

Esiste anche una tendenza a leggere certi problemi collettivi sotto il profilo individuale. A volte ci si incolpa di fronte a difficoltà che non dipendono esclusivamente dalle proprie responsabilità. Un aspetto che meriterebbe un’attenta riflessione è costituito proprio dalle condotte altruistiche ed empatiche. Alcune di queste sarebbero dettate dal fine egoistico di non provare sentimenti spiacevoli come colpa, tristezza, vergogna o disapprovazione sociale. Si definisce altruismo il fare qualcosa per gli altri senza aspettative di ricompensa. Nella nostra società vige la legge della reciprocità. Si dovrebbero sempre ricambiare i buoni comportamenti. Per questo si sente l’obbligo di contraccambiare quando si riceve qualcosa, di mantenere l’equilibrio tra dare e ricevere.

Amor proprio non è egoismo

Chi non ha imparato a prendersi cura di se stesso tenderà a dare più importanza ai desideri e ai bisogni degli altri che ai propri. Idealizza un’altra persona e cerca di soddisfare tutti i suoi desideri, nella convinzione di provare un amore tale da rinunciare ai propri. Si illude di raggiungere la felicità propria e altrui. Non basta prendere in considerazione i bisogni altrui se poi si è incapaci di amare se stessi. È impossibile donare una sicurezza che non si ha, un amore che non si prova neppure verso chi c’è di più stretto e vicino, cioè se stessi. Non significa essere più buoni di altri nè amarsi, così come l’egoista non ama se stesso. La risultante delle sue azioni suggerisce ugualmente l’incapacità di amarsi. Chi ha amor proprio non è egoista, perchè prova un reale interesse per se stesso e per gli altri.

Spostare i focus limitati ed egoisti verso una concretezza diversa, basata sul dare, consente la vera libertà. Narciso annega in quello specchio d’acqua non solo come punizione per la sua vanità, ma perchè il suo egoismo non ha trovato modo di sgorgare nel mondo, perchè l’amore per se stesso è unidirezionale e non trova un porto dove approdare. L’empatia è una spinta importante per mettere in atto comportamenti veramente altruistici, sempre nel rispetto del proprio benessere. Permette di operare in modo costruttivo e lungimirante.
L’egoismo può alienare anche le persone più vicine. Contemplare anche l’altro è di grande aiuto nei rapporti. Senza un’autentica e moderata spinta verso l’altro non è possibile costruire orizzonti di vera felicità. Come scrive Christopher McCandless, protagonista del film Into the wild (2007), a fatica, dopo una lunga e solitaria ricerca di senso, in punto di morte, “la felicità è vera solo quando è condivisa”.

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    Si è soliti pensare che il coraggio consista nell'andare avanti. Non sempre è così. Vi sono momenti nei quali il coraggio assume la forma del ritorno. Ritornare significa esporsi. Significa sostare dinanzi a ciò che un tempo ha custodito la felicità, sapendo che quel luogo non esiste più nella forma originaria. Il tempo lo ha trasformato. E, insieme ad esso, ha trasformato anche chi ritorna.Per questa ragione molti evitano la memoria. Non perché il passato sia insopportabile, ma perché temono ciò che potrebbe ancora suscitare. Eppure la memoria ignorata non scompare. Rimane nell'ombra. Continua a orientare pensieri, emozioni e scelte, senza mai essere davvero interrogata.La psiche non chiede di dimenticare. Chiede di integrare. Ciò che viene accolto perde progressivamente il suo potere di minaccia. Ciò che viene evitato continua invece a reclamare attenzione.Il ritorno, allora, non è una regressione. È un movimento della coscienza. È il gesto di chi decide di abitare la propria storia senza esserne più dominato.La paura non è il contrario del coraggio. Ne è la condizione. Nessun atto realmente coraggioso nasce nell'assenza del timore. Nasce quando il timore cessa di avere l'ultima parola.Le trasformazioni più profonde non dipendono da gesti straordinari. Dipendono da decisioni quasi invisibili. Da una soglia attraversata. Da una porta riaperta. Da un ricordo che, finalmente, può essere guardato senza esserne travolti.Anche il ritorno alla gioia richiede fermezza. La felicità non è soltanto un'esperienza del passato. È una traccia che continua ad abitare l'interiorità. Il tempo può mutarne le forme, ma non cancellarne il significato.Quando si torna con uno sguardo nuovo, il passato smette di chiedere nostalgia. Comincia a offrire comprensione. Ciò che sembrava perduto si rivela diverso. Non perché sia ritornato, ma perché è cambiato lo sguardo di chi osserva.Ogni esistenza, prima o poi, incontra questa soglia. Comprendere che la memoria non è il luogo in cui la vita si arresta. È il luogo in cui la vita continua a generare senso.La memoria non restituisce il passato. Restituisce lo sguardo. E quando lo sguardo muta, anche ciò che sembrava perduto cessa di appartenere alla nostalgia e diviene parte della comprensione.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
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