Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

Invidia sana e invidia patologica

L'invidia, sosteneva Roosvelt fosse ladra della gioia. Viene considerata il peggiore dei peccati capitali. Ci si può vantare per gli altri sei, ad esempio per la propria gola magari con un po’ di ironia, o per la rabbia, mostrando la forza bruta. Di certo non si sarà mai orgogliosi della propria invidia.
Eppure l’invidia è un’emozione sana e normale, come tutte le emozioni negative (colpa, vergogna, pena), infatti siamo disposti anche ad ammetterla quando diciamo “Vai alle Maldive?! Come ti invidio!”. Questa espressione, traducibile con “quanto vorrei essere al tuo posto”, rappresenta l’invidia “buona”.

Le cose cambiano se questo sentimento di invidia assume la connotazione dell’ostilità. Questo non vuol dire che la persona  si adoperi sempre per ottenere il “male” di un’altra. Non è raro che l'invidioso si limiti al sentimento di malanimo e ad una malcelata soddisfazione di fronte a eventuali frustrazioni subite dall’altro, senza però agire concretamente, perché non è in grado di nuocere o perché non vuole tradire la propria invidia. È la frustrazione di certi scopi, l’uscire perdente da un confronto di potere, che produce questo sentimento di invidia.

Perché è condannata socialmente

L’invidia è per Giotto un’anziana con un serpente che le esce dalla bocca, simbolo del suo maledire che le si ritorce contro, colpendole gli occhi.
L’ostilità dell’invidia è ritenuta particolarmente vergognosa perché appare ingiusta e ingiustificata per almeno tre motivi. In primo luogo il soggetto invidiato può non essere causa del fallimento dell’invidioso. Seconda ragione: l’invidiato può non aver fatto nulla per raggiungere il conseguimento di uno scopo/bene desiderato dall’invidioso. Infine l’invidioso è disposto, nel caso in cui l’invidiato consegua il successo con grande impegno, a calpestarne il merito (pensando magari “è solo fortuna”).

Protezioni dall’invidia

Il termine invidia deriva dal latino “in” - avversativo - e “videre”, guardare contro, ostilmente o, genericamente, guardare male. Non è quindi un caso che la quantità considerevole di malanimo presente nell’invidia sia associata all’idea del “malocchio”.  Per evitare o ridurre il “malocchio” dell’invidioso ogni società si è attrezzata con una serie di espedienti, spesso ritualizzati.
L’invidiato può ridurre il valore del proprio merito trasformandolo in pura “fortuna”. Talvolta si invita il potenziale invidioso a festeggiare, nella speranza che il farlo partecipe della propria gioia riduca l’ostilità. Si è anche disposti ad accettare la presa in giro. È il senso del Carnevale, quando una volta ai ceti più umili veniva concesso di diventare, per un breve periodo dell’anno, simili ai potenti, potendosi burlare pubblicamente dei ricchi indossando una maschera sul volto. Durante le feste di laurea si accettano gli scherzi, perché è sanzionato socialmente ostentare i successi. Per farlo bisogna avere delle motivazioni forti che mettano al sicuro dal malanimo. Un calciatore può esultare dopo aver segnato un goal, perché il messaggio è “l’ho fatto per voi”.

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    Guarire è un processo disordinato. A volte lento e tutt'altro che lineare, fatto di passi avanti e passi indietro. Non esistono scorciatoie, formule magiche o momenti in cui il dolore scompare improvvisamente e tutto torna al proprio posto.Anche nel dolore, però, qualcosa può continuare a muoversi. Si guarisce vivendo. Non quando ci si sentirà finalmente pronti, non quando il dolore sarà del tutto scomparso, ma dentro la vita così com'è: imperfetta, incerta, a volte faticosa. Nella quotidianità può aprirsi la possibilità di una trasformazione.A volte guarire significa semplicemente continuare a esserci. Alzarsi dal letto, prendersi cura di sé, chiedere aiuto, dare spazio alle proprie emozioni, tornare lentamente verso ciò che può offrire piacere, interesse o significato.Guarire non significa necessariamente smettere di soffrire, ma imparare a fare del dolore un'esperienza della propria vita senza permettergli di diventare tutta la propria vita. Anche una passeggiata, una conversazione sincera o una canzone che si riesce di nuovo ad ascoltare senza il bisogno di evitarla possono avere valore. Non perché la sofferenza sia finita, ma perché, accanto ad essa, torna a esserci altro.Il dolore può occupare molto spazio e modificare il modo in cui si guarda a se stessi, agli altri e al futuro. Può spegnere l'interesse per ciò che prima dava piacere e rendere difficile immaginare una possibilità diversa. Eppure, guarire non significa necessariamente tornare a essere quelli di prima. Significa trovare, nel tempo, un modo nuovo di abitare la propria esperienza. Fare spazio a ciò che il dolore aveva messo in ombra. Lasciare che, lentamente, la vita torni ad avere più di una sola voce. Il movimento della guarigione non cancella ciò che è stato, ma fa in modo che non sia più l’unica cosa a definire chi si è.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
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