Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

La violenza sulle donne: dire stop non basta

Il 25 novembre e le date intorno sono le giornate dello stop in tutto il mondo alla violenza sulle donne.
Nella società della paura il nemico è all’esterno. Così per sfuggire all'ansia ci si chiude in casa o si abbracciano gli affetti più cari. Per molte donne però il nemico si nasconde proprio nelle relazioni di intimità più vicine. I dati raccolti degli ultimi anni testimoniano un preoccupante incremento delle segnalazioni ma anche un aumento del coraggio di denunciare.

La violenza viene letta come espressione del patriarcato, di un maschile che guarda a se stesso come detentore di una sorta di primato, come matrice dalla cui costola prende vita un femminile che manca di tutte le caratteristiche dellaltro sesso. Una lettura differente colloca la violenza nella crisi del patriarcato, nella paura per un femminile che non risponde più alle aspettative patriarcali di inferiorità. Ragioni che possono e devono certamente contribuire a spiegare. Ma che non dovrebbero in alcun modo servire a giustificare. I secoli sono trascorsi e con essi il rincorrersi delle rivoluzioni sociali, culturali e giuridiche. Eppure la cronaca nera non manca mai di attestare casi di violenza contro le donne che interrompono una relazione in nome di una libertà percepita come pericolosa, perchè restituisce al maschile la misura del potere perduto.

I volti della violenza

La violenza non crea ferite solo sulla pelle, ma anche nell’anima, nella dignità. Per violenza fisica si intendono maltrattamenti fisici più o meno gravi (spintoni, percosse, mutilazioni). Ha diversi volti, più o meno noti. La violenza sessuale è l’imposizione di pratiche sessuali indesiderate. Quella psicologica consiste nello svalutare la vittima, manipolarla, indurla ad una condizione di paura (stalking compreso). La violenza economica viene esercitata tramite la privazione economica da parte del partner. Sui luoghi di lavoro si manifesta con violenza sessuale o mobbing. Un fenomeno sempre più diffuso in rete è il revenge porn, ovvero la produzione e la distribuzione di immagini di intimità o sessualmente esplicite senza il consenso della vittima.

La violenza spesso è di casa. Ha le chiavi di casa, perché si nasconde nelle mura domestiche. Il silenzio la dipinge quasi come “normalità” del menage familiare, un “fatto privato”. Abusi da parte di un compagno, marito o padre. Che siano fisici, barbari, evidenti, estremi, o più sottili, di tipo psicologico o economico, si consumano quotidianamente, senza neppure venir percepiti come tali. Considerati “normali” nel rapporto uomo-donna. Una condizione di tolleranza della prevaricazione sconcertante, perché diffusa in tutti gli strati della società e difficile da estirpare. Eppure alcune donne oggi sono più consapevoli e portate a denunciare, ma ancora troppo poche.

Una piaga della società e della comunicazione

La società liquida, come ci ricorda Bauman, ha rapporti che “cessano di essere ambiti di certezza, tranquillità e benessere spirituale, per diventare una fonte prolifica di ansie”. Non si riesce più ad attribuire valore alla vita come un dono. Non come un numero in più o in meno di abitanti sul pianeta. Spesso si tende ad affrontare l’argomento parlando di raptus, alibi per gesti efferati che il più delle volte non dipendono da alcuna malattia mentale. Così una buona parte delle storie che finiscono nel sangue diventano una realtà come tante. Le notizie sono spesso numeri, dati ed elementi che spiegano, senza andare alla radice del problema per risolverlo.

La vittima uccisa due volte

Quando la vittima cerca aiuto, rischia di incontrare chi sminuisce la portata della violenza. C’è, nonostante tutto, chi ritiene fisiologica l’episodica aggressione nella sfera privata di coppia. Può incappare anche nella stigmatizzazione quando “se l’è cercata”. Spesso mancano le forze e rimanda al domani una decisione o la fuga. Se la vittima riesce a uscire dall’inferno, raccogliendo i cocci dei suoi sogni infranti, si tormenta. Ricerca risposte a come è possibile aver inghiottito per tanto tempo lacrime e promesse.
La responsabilità collettiva è enorme. Non basta esibire una nota di colore rosso. C’è bisogno di una consapevolezza reale e diffusa dei propri diritti in molte donne vittime di violenza. Manca un impianto solido di ricezione e sostegno sul territorio. A volte l’enorme lavoro dei centri antiviolenza non basta. Manca la certezza che l’aggressore sarà punito e non potrà “vendicarsi” sulla donna che l’ha denunciato. Finché ci sarà bisogno di una Giornata Internazionale per quello che può sembrare scontato, contro la violenza sulle donne, significherà che esiste sempre una qualche pecca nell’educazione al rapporto tra uomo e donna, un rifiuto ad accettare un rifiuto, e i nostri stop non saranno stati ancora abbastanza.

 

 

Contatti

fabrizia.capurso

Si riceve, previo appuntamento, a Bari, in corso Cavour 60.
Per richiedere informazioni o prenotare una consulenza psicologica presso lo Studio o su Skype è possibile utilizzare i mezzi sopra indicati oppure compilare il modulo di contatto, avendo cura di lasciare nome  e un recapito valido a cui essere ricontattati. L’indirizzo mail, ogni altro dato sensibile e il contenuto della richiesta, saranno trattati nel rispetto delle norme sulla privacy.





    Facebook Posts

    Si è soliti pensare che il coraggio consista nell'andare avanti. Non sempre è così. Vi sono momenti nei quali il coraggio assume la forma del ritorno. Ritornare significa esporsi. Significa sostare dinanzi a ciò che un tempo ha custodito la felicità, sapendo che quel luogo non esiste più nella forma originaria. Il tempo lo ha trasformato. E, insieme ad esso, ha trasformato anche chi ritorna.Per questa ragione molti evitano la memoria. Non perché il passato sia insopportabile, ma perché temono ciò che potrebbe ancora suscitare. Eppure la memoria ignorata non scompare. Rimane nell'ombra. Continua a orientare pensieri, emozioni e scelte, senza mai essere davvero interrogata.La psiche non chiede di dimenticare. Chiede di integrare. Ciò che viene accolto perde progressivamente il suo potere di minaccia. Ciò che viene evitato continua invece a reclamare attenzione.Il ritorno, allora, non è una regressione. È un movimento della coscienza. È il gesto di chi decide di abitare la propria storia senza esserne più dominato.La paura non è il contrario del coraggio. Ne è la condizione. Nessun atto realmente coraggioso nasce nell'assenza del timore. Nasce quando il timore cessa di avere l'ultima parola.Le trasformazioni più profonde non dipendono da gesti straordinari. Dipendono da decisioni quasi invisibili. Da una soglia attraversata. Da una porta riaperta. Da un ricordo che, finalmente, può essere guardato senza esserne travolti.Anche il ritorno alla gioia richiede fermezza. La felicità non è soltanto un'esperienza del passato. È una traccia che continua ad abitare l'interiorità. Il tempo può mutarne le forme, ma non cancellarne il significato.Quando si torna con uno sguardo nuovo, il passato smette di chiedere nostalgia. Comincia a offrire comprensione. Ciò che sembrava perduto si rivela diverso. Non perché sia ritornato, ma perché è cambiato lo sguardo di chi osserva.Ogni esistenza, prima o poi, incontra questa soglia. Comprendere che la memoria non è il luogo in cui la vita si arresta. È il luogo in cui la vita continua a generare senso.La memoria non restituisce il passato. Restituisce lo sguardo. E quando lo sguardo muta, anche ciò che sembrava perduto cessa di appartenere alla nostalgia e diviene parte della comprensione.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
    View on Facebook

    Categorie

    Agosto 2026
    L M M G V S D
     12
    3456789
    10111213141516
    17181920212223
    24252627282930
    31