Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

Il peso della fame e del dolore nei disturbi alimentari

Sono circa tre milioni gli italiani che soffrono di un disturbo comportamento alimentare. Nel mondo decine di milioni. L’anoressia e la bulimia, tra i disturbi più noti, costringono a cambiare le proprie abitudini alimentari. Suscitano molta ansia e grande preoccupazione per il peso e le forme del corpo. Le prime avvisaglie compaiono solitamente durante l’adolescenza, non risparmiando nessuno dei due sessi. Non sono solo i giovanissimi a esserne colpiti. Conformarsi a un modello fisico dominante rappresenta la soluzione patologica al problema dell’identità e del valore personale. Credere di essere deboli può terrorizzare. Così si cerca di avere il controllo, la forza di resistere, di sopprimere la fame, il più primordiale degli istinti. Non basta una comprensione razionale del sintomo: dura il tempo di questa lettura. La guarigione interessa l’ambito personale e relazionale. Servono esperienze riparative per convinzioni acquisite nelle relazioni passate e nel presente, relazioni traumatiche e adattamenti disfunzionali. Il sintomo alimentare è vissuto in solitudine. La mente sola è una mente stanca, affaticata, che tende ad ammalarsi per le carenze. La fame controllata, o incontrollabile, oggetto di queste ossessioni, governa il cibo e i rapporti.

Non ci si ammala di un disturbo alimentare semplicemente per seguire dei canoni estetici o perchè non c’è forza di volontà. Non si tratta solo dell’opera dei mass media o delle sollecitazioni esterne. C’è qualcosa che tortura la vita di chi ha un disturbo alimentare. Un dolore che non lascia tregua. Si è cercato di esprimerlo con parole che non si sono trovate o che, anche se trovate, non hanno avuto ascolto. L’anoressia lascia il proprio corpo vuoto, ma da l’illusione di autonomia, di forza e controllo. Si è visibili solo se si svanisce pian piano dentro ai vestiti. La magrezza consente visibilità, nonostante conduca alla soglia della morte. La percentuale di mortalità e di danni irreversibili agli organi interni per il forte sottopeso e i grossi stress fisiologici indotti è un dato non trascurabile. Eppure l’anoressia sembra godere di un certo fascino, almeno nei gruppi di discussione su internet, dove viene affettuosamente chiamata “ana”, e dove si trovano tante altre sconvolgenti assurdità.

Anoressia nervosa

Nel primo tempo della malattia, di forte restrizione alimentare e perdita di peso, si sperimenta un paradossale senso di felicità e trionfo. Le modificazioni biologiche cui il sistema nervoso centrale va incontro, tra cui un’aumentata produzione di endorfine, suscitano stati di benessere ed un effetto eccitatorio simile a quello prodotto dall’uso di cocaina. Ma questa euforia esaltata del non mangiare niente è destinata a trasformarsi nel suo contrario. Si può arrivare a mangiare di tutto durante una crisi bulimica. Farà seguito un sentimento radicale di disperazione, di mortificazione, di inadeguatezza e colpa. La depressione, l’atto finale, gioca un ruolo principale. Chi soffre di anoressia proverà sempre insoddisfazione per la propria immagine corporea. La qualità della vita può risentire di malcontento e frustrazione.

Il termine “anoressia” si presta ad equivoci: il significato etimologico rimanda all’assenza di appetito. L’anoressia nervosa non mette a tacere la fame. La persona anoressica potrebbe essere disperatamente affamata.  Così investe sempre più energie per mantenere il controllo. La fame sempre più intensa può generare nel tempo una spinta compulsiva verso il cibo. Così si finisce per cedere all’abbuffata. Il vomito e le altre condotte evacuative o l’esercizio fisico massacrante, permettendo di bruciare le calorie in eccesso, preservano l’immagine corporea. L’iperattività, lo stare sempre in movimento, servono anche a scaricare la tensione del pasto, a tenere la mente impegnata, non sentendo la spinta biologica della fame. L’intensa paura di aumentare di peso si associa ad alterazioni nella percezione del proprio corpo. Un corpo disprezzato, affamato o riempito allo stremo, sotterrato da una montagna di cibo per non sentire dolore. Di cui poi ci si sbarazza, insieme agli eventuali chili di troppo. Un corpo dove si vive, sulla propria pelle, la violenza, l’invadenza e il giudizio dell’altro.

Bulimia nervosa

Chi soffre di bulimia nervosa ha spesso un peso ai limite della norma. Questo rende difficile individuare la problematica. La persona bulimica, perdendo l’autocontrollo sul cibo, quasi in uno stato alterato di coscienza, ne ingurgita una quantità esorbitante. Si scelgono generalmente gli alimenti a disposizione, che non richiedono una lunga preparazione, anche abbinando sapori molto diversi tra loro. All’abbuffata seguono contromisure di compenso rispetto all’eccessiva ingestione di alimenti. Un’abbuffata può essere scatenata da alterazioni dell’umore, stati d’ansia o stress. A volte viene programmata, seguendo il principio dell’atto consolatorio e scegliendo con cura il momento e gli alimenti adatti.
Chi soffre di bulimia, così come chi soffre di anoressia, basa la valutazione di sé esclusivamente sul proprio peso e aspetto fisico. Come se riuscire ad avere il pieno controllo del proprio peso costituisca un lasciapassare per affrontare le sfide della vita. Si è sempre consapevoli di ogni cambiamento ponderale, in tempo reale, anche senza ricorrere alla bilancia. Anche col solo controllo tattile. I pensieri sul cibo assillano non solo a tavola e i momenti di conviviali sono degli incubi ad occhi aperti. Tutto è soggetto al conteggio: i passi, i grammi, le calorie.

Specchi deformanti

Prima ancora dello specchio, il volto materno ha un impatto nella realtà psichica. Quando una madre non rispecchia sensibilmente il volto del bambino, ma è immersa nel proprio mondo, distratta, non ricettiva, assente per la maggioranza delle interazioni che non riguardano soltanto il pasto ad esempio, il bambino perderà la percezione di esistere. Non è visto come soggetto, ma solo guardato. I problemi con lo specchio, l’apparire, la bellezza riflettono in gran parte ciò che una madre o chi per lei in primo luogo ha comunicato con i suoi occhi rivolti sul piccolo. La mente può distorcere l’immagine riflessa nello specchio.
Lo sguardo dell’altro espone all’incertezza, e così vanno fatti i conti con l’immagine di se stessi che quello sguardo restituisce. Impone di dare sempre la versione migliore di se stessi, di rendere il corpo sempre più un prodotto personale, da migliorare, levigare continuamente, per essere accettati e amati. Quando ci si concede la libertà di essere così come si è, ci si comincia a nutrire della vita. Una vita senza la bilancia sotto i piedi o sotto il piatto, dove il proprio valore non è strettamente correlato alle calorie ingerite o bruciate.

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    Si è soliti pensare che il coraggio consista nell'andare avanti. Non sempre è così. Vi sono momenti nei quali il coraggio assume la forma del ritorno. Ritornare significa esporsi. Significa sostare dinanzi a ciò che un tempo ha custodito la felicità, sapendo che quel luogo non esiste più nella forma originaria. Il tempo lo ha trasformato. E, insieme ad esso, ha trasformato anche chi ritorna.Per questa ragione molti evitano la memoria. Non perché il passato sia insopportabile, ma perché temono ciò che potrebbe ancora suscitare. Eppure la memoria ignorata non scompare. Rimane nell'ombra. Continua a orientare pensieri, emozioni e scelte, senza mai essere davvero interrogata.La psiche non chiede di dimenticare. Chiede di integrare. Ciò che viene accolto perde progressivamente il suo potere di minaccia. Ciò che viene evitato continua invece a reclamare attenzione.Il ritorno, allora, non è una regressione. È un movimento della coscienza. È il gesto di chi decide di abitare la propria storia senza esserne più dominato.La paura non è il contrario del coraggio. Ne è la condizione. Nessun atto realmente coraggioso nasce nell'assenza del timore. Nasce quando il timore cessa di avere l'ultima parola.Le trasformazioni più profonde non dipendono da gesti straordinari. Dipendono da decisioni quasi invisibili. Da una soglia attraversata. Da una porta riaperta. Da un ricordo che, finalmente, può essere guardato senza esserne travolti.Anche il ritorno alla gioia richiede fermezza. La felicità non è soltanto un'esperienza del passato. È una traccia che continua ad abitare l'interiorità. Il tempo può mutarne le forme, ma non cancellarne il significato.Quando si torna con uno sguardo nuovo, il passato smette di chiedere nostalgia. Comincia a offrire comprensione. Ciò che sembrava perduto si rivela diverso. Non perché sia ritornato, ma perché è cambiato lo sguardo di chi osserva.Ogni esistenza, prima o poi, incontra questa soglia. Comprendere che la memoria non è il luogo in cui la vita si arresta. È il luogo in cui la vita continua a generare senso.La memoria non restituisce il passato. Restituisce lo sguardo. E quando lo sguardo muta, anche ciò che sembrava perduto cessa di appartenere alla nostalgia e diviene parte della comprensione.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
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