Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

Rete di conflitti violenti

Ovunque si trovano individui con lo smartphone che rappresenta chiaramente un’estensione del braccio e i cui occhi sono rischiarati dagli schermi luminosi che li attraggono. Prova di una tendenza a ricercare informazioni dai social piuttosto che dai quotidiani, e non solo. Online si trovano ovunque discussioni e conflitti violenti, nel marasma di un dialogo in cui ognuno urla solo per un istante nello spazio dove ha accesso. Giorno e notte. La piattaforma social diventa un ring dove sfogare i propri malesseri interiori. Internet e i social hanno messo in collegamento le persone, disconnettendole però spesso tra loro per l’assenza di condivisione profonda o per mancanza di accordo. La tecnologia è, almeno in parte, pervasa da forme tossiche di dissenso e offese facili e costanti. Si afferma sempre più; si recepisce sempre meno. La rete rappresenta un’estensione della società. Il prendere una posizione su una qualsiasi tematica permette di associarsi o dissociarsi con le opinioni comunemente accettate, ed è un modo per affermare la propria identità.

È forte la tentazione di puntare il dito contro Facebook e Twitter per aver ridotto il mondo così. Ma non permetterebbe di cogliere un cambiamento più profondo e più ampio nel comportamento umano, in atto da decenni o addirittura da secoli. Adesso le possibilità di comunicazione sono infinite. Il mondo moderno che chiede a tutti la propria opinione, sembra giocare con la vena umana polemica e litigiosa, che porta a dire tutto e il contrario di tutto. Tanti paesi, pur essendo ancora assoggettati alle loro norme culturali sulla comunicazione, risentono delle spinte globali provenienti dalla globalizzazione e della tecnologia. Il dissenso è una modalità di pensiero fondamentale per la riuscita di tante imprese condivise, dall’arte al matrimonio, dagli affari alla democrazia. Andrebbe solo utilizzato per trasformare punti morti in intuizioni inaspettate, concetti vaghi in idee pragmatiche.

Disaccordo e difesa

Il disaccordo rappresenta la forza propulsiva di un cambiamento. Non deve essere visto come responsabile del malessere relazionale. Con l’adeguamento delle proprie idee a quelle altrui non ci sarebbe crescita né progresso. Ci si sarebbe fermati alla convinzione che l’astro solare ruoti intorno alla terra. Ma l’essere umano non è razionalità pura. Per questo è spesso difficile ascoltare un punto di vista opposto al proprio per poi dare una risposta meditata. Il disaccordo inonda il cervello di segnali chimici che impediscono di concentrarsi sull’argomento trattato. Arriva l’idea che sia in corso un attacco. E piuttosto che aprire la mente ad altri punti di vista, ci si concentra sulla difesa. Si può diventare aggressivi scagliandosi contro il proprio interlocutore. Sembra difficile essere flessibili se si ha la percezione di perdere la faccia. Mantenere una comunicazione rispettosa dell’altro appare impossibile se si è infervorati nel mezzo di una discussione in cui si passa dal campo del confronto a quello del giudizio. Questo costringe immediatamente a mettersi  in una posizione di difesa.

Una discussione potrebbe prendere una piega positiva se si pensasse a come far cambiare idea all’altro, con rispetto per la sua faccia. Anche in un contesto mediato dalla rete, dove è così facile cadere nella trappola della predazione da tastiera. Il conflitto spesso provoca paura di mostrare emozioni che si pensa possano sopraffare, come frustrazione e senso di colpa. Rappresenta però una fase normale delle relazioni. Un sano conflitto è un’opportunità di crescita personale e nel rapporto. Serve che si riconosca la sua presenza e il tema su cui si sviluppa, che ci si prenda del tempo per ascoltare e ascoltarsi, e la libertà di dissentire ed esprimere il proprio pensiero, mantenendo una comunicazione rispettosa. Il conflitto può essere irrisolvibile ma questo non deve necessariamente determinare la fine del rapporto.

Ascolto profondo

Ascoltare non è facile. Lo stress e la mancanza di tempo nella vita acuiscono il problema. Spesso non si è in grado di ascoltare le parole. Ancora di meno le emozioni, che parlano a gran voce. Così non si coglie cosa sta trasmettendo l’altro, se si sente nel pieno di un attacco, se gli si gonfia la vena, o se gli salgono le lacrime agli occhi. Questo ascolto rivela spesso i dettagli più importanti. Ascoltare e trattare con rispetto il punto di vista diverso facilita il raggiungimento di un fronte comune e di una coesione relazionale. Dare valore alla prospettiva dell’altro, ai suoi sfoghi e alle sue necessità non vuol dire cedere passivamente alle sue imposizioni né tantomeno alle pressioni che ne derivano, ma raggiungere un risultato inaspettato: la reciproca soddisfazione che potrebbe anche portare l’interlocutore a cambiare idea.

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    Guarire è un processo disordinato. A volte lento e tutt'altro che lineare, fatto di passi avanti e passi indietro. Non esistono scorciatoie, formule magiche o momenti in cui il dolore scompare improvvisamente e tutto torna al proprio posto.Anche nel dolore, però, qualcosa può continuare a muoversi. Si guarisce vivendo. Non quando ci si sentirà finalmente pronti, non quando il dolore sarà del tutto scomparso, ma dentro la vita così com'è: imperfetta, incerta, a volte faticosa. Nella quotidianità può aprirsi la possibilità di una trasformazione.A volte guarire significa semplicemente continuare a esserci. Alzarsi dal letto, prendersi cura di sé, chiedere aiuto, dare spazio alle proprie emozioni, tornare lentamente verso ciò che può offrire piacere, interesse o significato.Guarire non significa necessariamente smettere di soffrire, ma imparare a fare del dolore un'esperienza della propria vita senza permettergli di diventare tutta la propria vita. Anche una passeggiata, una conversazione sincera o una canzone che si riesce di nuovo ad ascoltare senza il bisogno di evitarla possono avere valore. Non perché la sofferenza sia finita, ma perché, accanto ad essa, torna a esserci altro.Il dolore può occupare molto spazio e modificare il modo in cui si guarda a se stessi, agli altri e al futuro. Può spegnere l'interesse per ciò che prima dava piacere e rendere difficile immaginare una possibilità diversa. Eppure, guarire non significa necessariamente tornare a essere quelli di prima. Significa trovare, nel tempo, un modo nuovo di abitare la propria esperienza. Fare spazio a ciò che il dolore aveva messo in ombra. Lasciare che, lentamente, la vita torni ad avere più di una sola voce. Il movimento della guarigione non cancella ciò che è stato, ma fa in modo che non sia più l’unica cosa a definire chi si è.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
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