Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

Senso di colpa: l’inquieta autopersecuzione

La colpa è una delle cose più pesanti che portiamo e spesso non sappiamo nemmeno di avere questo peso sulle spalle. Diamo la colpa a noi stessi anche quando non c’entriamo nulla. E quando ce ne liberiamo il sollievo è immediato. Emozione poliedrica, la colpa è  qualcosa con cui tutti siamo chiamati a fare i conti. A che potrebbe servire questa sensazione soggettiva dolorosa, spesso logorante, che ci fa apparire inferiori agli occhi degli altri, guastando l’autostima e mandando alla deriva le idee creative, i vissuti e le forze?

Sicuramente si tratta di un’emozione sociale almeno per tre aspetti. È conseguenza di un comportamento sociale (danno a terzi o violazione di norme). Coinvolge altri soggetti (vittima e giudice). È antecedente di comportamenti sociali (riparazioni e scuse). È  un’emozione anche funzionale al mantenimento di una certa quota di altruismo che vede un individuo procurare del bene ad un altro senza aspettarsi una ricompensa.

Il senso di colpa è solitamente correlato all’assunzione di responsabilità nell’aver danneggiato qualcuno o violato qualche norma sociale o imperativo morale. L’assunzione di responsabilità risulta aggravata dall'intenzionalità. La colpa sembra quindi tutelare l’essere umano da uno scopo molto importante: non essere responsabile di sofferenze ingiuste. Paradossalmente talvolta anche quando gli altri non se ne accorgono.

Quali impulsi attiva la colpa?

Il primo impulso messo in moto dalla colpa è di preoccupazione, aiuto e soccorso per l’altro. Convive con l'ansia perché c’è talvolta incertezza per le condizioni altrui. Si attiva anche l'impulso di espiare, pagare il fio. È paradossale che la punizione tanto la si teme quanto la si cerca. Nel momento in cui ci si consegna, si confessa, ci si libera da una persecuzione interiore distruttiva. Lo scrive anche Dostoevskij in Delitto e Castigo: il  giovane Raskòl'nikov assassina l'usuraia. Qui comincia la partita psicologica, tormentato dal sentimento di chiusura e separazione nei confronti di tutta l’umanità subito dopo il delitto, finché non decide di accettare il tormento della pena per espiare il crimine.

Dal pensiero dell’irrealtà ai buoni propositi

Un particolare pensiero è l’irrealtà. Si pensa che si sarebbe potuto non farlo, non dirlo, capirlo o saperlo, con conseguente autorimprovero. Il pensiero dell’irrealtà attiva uno scopo intrinsecamente irraggiungibile: “vorrei che non fosse successo”, ben spiegato dall’espressione “piangere sul latte versato”. Tuttavia il rimorso sembra una tappa obbligata fondamentale per l’apprendimento. Infatti il dolore ripetuto e prolungato (come il dolore fisico di una scottatura per un bambino) serve ad imparare ad evitare uno stimolo nocivo e dannoso. Tutto questo porta ai buoni propositi.

Vari tipi di senso di colpa

Oltre al senso di colpa di chi ha commesso qualcosa, in cui rientra anche il pensare un qualcosa, legato alla trasgressione di precetti religiosi o principi morali, vi è un senso di colpa legato al senso del dovere. Anche questo tutela un certo tipo di principi.
Esiste poi il senso di colpa dell’innocente. Il caso più documentato riguarda il cosiddetto “senso di colpa del sopravvissuto” tipico dei campi di concentramento. È nella natura umana attribuirsi sempre qualche responsabilità, anche inventata o ricostruita. È molto diffuso anche nei sopravvissuti di uno stesso incidente. “Perché io?” è lo stesso pensiero di chi subisce un danno, rappresentato dal “perché proprio io?”. Si è portati a focalizzarsi sul nesso causale tra la propria buona sorte e la cattiva sorte altrui, come esiti dello stesso evento. Questo da luogo al pensiero “poteva capitare a me”. L’evento viene valutato come se esista una mano di carte del destino dove questo concede una carta vincente a un individuo e non all’altro o agli altri, quando in realtà può andare male a tutti o tutti possono vincere.

Pur apparendo bizzarro questo tipo di senso di colpa come gli altri, sono caratteristici del normale funzionamento dell’essere umano. Non sono riconducibili ad alcun meccanismo patologico. Ci potrebbe essere del patologico quando sussiste negli anni un sentimento molto doloroso e con conseguenze negative nella propria vita.

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    Guarire è un processo disordinato. A volte lento e tutt'altro che lineare, fatto di passi avanti e passi indietro. Non esistono scorciatoie, formule magiche o momenti in cui il dolore scompare improvvisamente e tutto torna al proprio posto.Anche nel dolore, però, qualcosa può continuare a muoversi. Si guarisce vivendo. Non quando ci si sentirà finalmente pronti, non quando il dolore sarà del tutto scomparso, ma dentro la vita così com'è: imperfetta, incerta, a volte faticosa. Nella quotidianità può aprirsi la possibilità di una trasformazione.A volte guarire significa semplicemente continuare a esserci. Alzarsi dal letto, prendersi cura di sé, chiedere aiuto, dare spazio alle proprie emozioni, tornare lentamente verso ciò che può offrire piacere, interesse o significato.Guarire non significa necessariamente smettere di soffrire, ma imparare a fare del dolore un'esperienza della propria vita senza permettergli di diventare tutta la propria vita. Anche una passeggiata, una conversazione sincera o una canzone che si riesce di nuovo ad ascoltare senza il bisogno di evitarla possono avere valore. Non perché la sofferenza sia finita, ma perché, accanto ad essa, torna a esserci altro.Il dolore può occupare molto spazio e modificare il modo in cui si guarda a se stessi, agli altri e al futuro. Può spegnere l'interesse per ciò che prima dava piacere e rendere difficile immaginare una possibilità diversa. Eppure, guarire non significa necessariamente tornare a essere quelli di prima. Significa trovare, nel tempo, un modo nuovo di abitare la propria esperienza. Fare spazio a ciò che il dolore aveva messo in ombra. Lasciare che, lentamente, la vita torni ad avere più di una sola voce. Il movimento della guarigione non cancella ciò che è stato, ma fa in modo che non sia più l’unica cosa a definire chi si è.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
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