Fabrizia Capurso – Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva – EMDR

Terapia Cognitiva: trattare i pensieri

La Terapia Cognitiva nasce negli anni Sessanta del secolo scorso, nel contesto statunitense. Qui Aaron T. Beck, all’epoca ricercatore in Psichiatria presso l’università della Pennsylvania, comincia a sviluppare un nuovo modello teorico ed un nuovo orientamento terapeutico. 
Nonostante la sua formazione psicoanalitica, Beck propone un trattamento più semplice, più breve e più funzionale di quello psicoanalitico che comincia ad essere considerato sempre più inadeguato, frutto di una scienza ottocentesca ormai obsoleta. Se per Freud vanno portate alla luce paure e conflitti repressi per tornare al trauma precoce, Beck afferma l’importanza di analizzare i pensieri per giungere alla comprensione della sofferenza. La novità è rappresentata dal fatto che le motivazioni della sofferenza mentale ed i meccanismi di cambiamento psicologico non sono necessariamente da ricercare nell’inconscio, ma possono essere compresi a partire dall’esperienza cosciente della persona. In altre parole, per la Terapia Cognitiva, il pensiero costituisce sia il problema psicologico primario che la sua cura. Dati i numerosi approcci di orientamento cognitivista sviluppatisi negli anni, quella di Beck è stata rinominata terapia cognitiva standard.

Il ruolo dei pensieri

La psicoterapia cognitiva o cognitivo-comportamentale considera pensieri, emozioni e comportamenti in stretta relazione. Presuppone che i problemi psicologici siano influenzati e mantenuti in vita da ciò che pensiamo nel presente. Non è quindi l’evento in sé a causare direttamente malessere ma è piuttosto il modo in cui lo leggiamo. La nostra visione del mondo cambia se indossiamo delle lenti differenti dal solito.
 Un esempio: se mentre siamo a casa in una giornata ventosa e sentiamo un rumore possiamo pensare “ci sarà una finestra che ha sbattuto”. In questo caso andremo semplicemente a controllare rimanendo abbastanza tranquilli. Se invece pensiamo “potrebbe essere un ladro” le nostre reazioni emotive e comportamentali potranno essere completamente diverse. Come scrive Sofocle: “Chi ha paura non fa che sentir rumori”.

Pensieri negativi automatici

Immaginiamo un bicchiere pieno di una bevanda frizzante: i pensieri negativi automatici sono la schiuma in superficie. Rivelano ciò che pensiamo in un determinato momento, significati dedotti, interpretazioni sul mondo e dove ci collochiamo al suo interno. Manifestano ciò che fermenta più in profondità a livello psicologico. Pensieri che balenano continuamente per la testa, paragonabili ai “monologhi interiori” dei romanzi di Virginia Woolf e James Joyce. Vanno e vengono come corvi del malaugurio, portatori di dubbi o preoccupazioni, passando inosservati mentre adempiamo ai nostri impegni quotidiani. Per una giornata da dimenticare pensiamo “mi va sempre tutto male”, o guardandoci allo specchio in un negozio “devo proprio dimagrire”. I pensieri negativi automatici sono rumore di fondo nella mente, chiacchiericcio costante, 24 ore su 24, sette giorni su sette. Sono idee negative, commenti, brutti pensieri su noi stessi, rimproveri costanti, come una cronaca in diretta, che minano la nostra sicurezza e autostima.

Presupposti non funzionali

Continuando ad immaginare la bibita, il corpo centrale, sotto la schiuma dei pensieri negativi automatici e sopra il pesante sedimento delle convinzioni di fondo è costituito dai presupposti non funzionali. Questi sono spesso pensieri rigidi, fissi, condizionanti e generalizzati. I presupposti non funzionali possono essere meno accessibili e meno facili da individuare. Possono contenere condizionamenti culturali e sociali (in quanto donna dover sempre pensare prima agli altri, dover guadagnare abbastanza da mantenere la famiglia e realizzarsi economicamente se si è uomo, sentirsi diverso per il colore della pelle). Non aiutano ad affrontare concretamente e con elasticità tutto ciò che può capitare nella vita. Non sono appunto funzionali.

Convinzioni di fondo

Nella parte bassa del bicchiere si trovano le convinzioni di fondo sedimentate, gli schemi di vecchia data, ripetitivi, che risalgono al passato remoto, alla prima infanzia e agli anni giovanili e che ci accompagnano per tutta la vita. Gli schemi possono essere latenti o attivati da specifiche situazioni.

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    Qualcuno porta intere librerie di parole non dette. Ogni scaffale scricchiola, appesantito dal cuore. Non si tratta solo di silenzi, ma di emozioni trattenute, bisogni non riconosciuti, confini mai espressi.Conserva lettere mai consegnate, promesse spezzate nell'aria, silenzi che feriscono più di qualsiasi urlo.Ci sono verità che sono rimaste incastrate in gola come lame: ciò che avrebbe voluto dire quando c'era ancora affetto, ciò che avrebbe dovuto dire quando ha iniziato a far male e ciò che non ha mai detto per paura di perdere chi comunque se ne stava già andando.Le parole accumulate diventano piccole rovine. Le impila tutte dentro di sé e continua a camminare in questo labirinto interno dove ogni angolo rivela un rimpianto, dove ogni passo riecheggia del suono di ciò che non ha mai avuto il coraggio di nascere.Portare intere librerie di parole non dette, a volte fa sentire come se aprire la porta sbagliata rischiasse di far crollare tutto addosso in una valanga di verità tardive.Eppure si può trasformare questo peso in senso. Anche con questa paura e questa voglia: lasciar scivolare fuori, per la prima volta, una parola e finalmente respirare.– Dott.ssa Fabrizia Capurso See MoreSee Less
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