Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

Che sta accadendo? Civiltà attaccata nella mente

Dal tragico 11 settembre 2001, data che ha contrassegnato con un marchio riprovevole l’alba del nuovo millennio, il mondo e il nostro modo di vivere è cambiato. Nel corso degli anni, uno dopo l’altro, continuano a ripetersi atti terroristici, che ci fanno sentire inermi e vulnerabili. I mezzi di comunicazione raccontano nuove tragedie con un ritmo sempre più sincopato. Fanno parte di una quotidianità sempre più minacciosa ultimissime di stragi o atti terroristici veri o presunti.

Psicologia del terrorismo: le cause

Conoscere una minaccia ci porta difenderci, a prevenirla. Quali meccanismi l’hanno generata? Come può un essere umano arrivare a tanto? Cosa induce persone crescite in culture estranee a quella islamista, al fanatismo?

Ondate di immigrazione hanno messo a stretto contatto culture differenti, con la conseguente nascita di un senso di inquietudine. Inoltre disoccupazione di massa e fallimenti di istituzioni politiche creano incertezze. L’incertezza alimenta l’ansia che chiede immediate certezze, qualcosa in cui credere e cui aggrapparsi, con tutte le proprie forze. Anima e corpo. Le ideologie fondamentaliste rispondono bene a questo tipo di esigenza. Impacchettano una visione del mondo assolutistica e dicotomica. Pronta ad uso e consumo del terrorista o aspirante tale. Bene contro male. Fratelli contro nemici. Santi contro peccatori. Questo attecchisce sul terreno brullo della confusione di giovani combattuti fra loro conflitti interiori per le fasi di transizione della loro vita ed esigenze socio-culturali. In aggiunta a questo c'è la promessa di una grande ricompensa per il sacrificio di un eroe o un martire.

Consideriamo anche il bisogno universale di auto affermazione, di trovare un proprio posto nel mondo. Non c’è nulla di sbagliato se l’affermazione individuale passa per la strada stretta e tortuosa della non violenza. C’è chi ottiene una collocazione speciale per nobili attività attestate da grande impegno, come Gino Strada, Martin Luther King o Gandhi. Sembrerà strano in una società dove regna l’individualismo, ma c’è qualcuno che si prodiga per il bene dell’altro. Magari opera in maniera silenziosa e sotterranea. E c’è chi, in modo eclatante, trova più allettante il richiamo alle armi di un Califfato per affermare con violenza la propria posizione.

Le conseguenze

Le conseguenze di tutto ciò sono tristemente note a tutti. Per quanto si cerchi di condurre una vita normale, sembra che qualcosa abbia intaccato la capacità di fare previsioni. Le certezze sulla possibilità di controllare il mondo esterno risultano compromesse. Si è costretti a convivere con vissuti di impotenza.

Anche il più piccolo indizio di rischio può scatenare esiti deleteri se non drammatici. Chi si è trovato coinvolto nelle terribili scene di Torino potrebbe convivere con un senso di instabilità. Una sorta di predisposizione a qualche tipo di problematica ansiosa. Fortunatamente molti si salvano e non sempre ci sono gravi conseguenze psicologiche. Possono esserci intense reazioni emotive (rabbia, ansia, panico, paura, terrore, tristezza, depressione), cognitive (confusione, disorientamento, scarsa capacità di concentrazione), somatiche (insonnia, cefalea, stanchezza) e comportamentali (facilità al pianto, tendenza ad evitare luoghi affollati). Sono spesso lievi e transitorie. Tuttavia alcune persone direttamente esposte ad eventi come quello di Parigi, Nizza e Manchester, possono sviluppare un disturbo dello spettro dello stress. Vale la pena tenerne conto per liberarsi dalla minacciosa morsa di un senso di vulnerabilità ed un condizionamento inibitorio. Vale la pena restituire il senso della quotidianità a una civiltà attaccata nella mente.

 

 

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    Si è soliti pensare che il coraggio consista nell'andare avanti. Non sempre è così. Vi sono momenti nei quali il coraggio assume la forma del ritorno. Ritornare significa esporsi. Significa sostare dinanzi a ciò che un tempo ha custodito la felicità, sapendo che quel luogo non esiste più nella forma originaria. Il tempo lo ha trasformato. E, insieme ad esso, ha trasformato anche chi ritorna.Per questa ragione molti evitano la memoria. Non perché il passato sia insopportabile, ma perché temono ciò che potrebbe ancora suscitare. Eppure la memoria ignorata non scompare. Rimane nell'ombra. Continua a orientare pensieri, emozioni e scelte, senza mai essere davvero interrogata.La psiche non chiede di dimenticare. Chiede di integrare. Ciò che viene accolto perde progressivamente il suo potere di minaccia. Ciò che viene evitato continua invece a reclamare attenzione.Il ritorno, allora, non è una regressione. È un movimento della coscienza. È il gesto di chi decide di abitare la propria storia senza esserne più dominato.La paura non è il contrario del coraggio. Ne è la condizione. Nessun atto realmente coraggioso nasce nell'assenza del timore. Nasce quando il timore cessa di avere l'ultima parola.Le trasformazioni più profonde non dipendono da gesti straordinari. Dipendono da decisioni quasi invisibili. Da una soglia attraversata. Da una porta riaperta. Da un ricordo che, finalmente, può essere guardato senza esserne travolti.Anche il ritorno alla gioia richiede fermezza. La felicità non è soltanto un'esperienza del passato. È una traccia che continua ad abitare l'interiorità. Il tempo può mutarne le forme, ma non cancellarne il significato.Quando si torna con uno sguardo nuovo, il passato smette di chiedere nostalgia. Comincia a offrire comprensione. Ciò che sembrava perduto si rivela diverso. Non perché sia ritornato, ma perché è cambiato lo sguardo di chi osserva.Ogni esistenza, prima o poi, incontra questa soglia. Comprendere che la memoria non è il luogo in cui la vita si arresta. È il luogo in cui la vita continua a generare senso.La memoria non restituisce il passato. Restituisce lo sguardo. E quando lo sguardo muta, anche ciò che sembrava perduto cessa di appartenere alla nostalgia e diviene parte della comprensione.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
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