Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

Competizione, ogni giorno una sfida

Due stagiste cercano l’una di battere l’altra sul tempo con cui chiudono pratiche: ci tengono a far bella figura col loro responsabile. Diventa una sfida anche alzarsi dalla scrivania: almeno 5 minuti dopo la “rivale”, e gli straordinari sono all’ordine del giorno. L’una dell’altra conosce a stento nome ed età, ma saprebbe dire con esattezza quante borse o paia di occhiali da sole e di scarpe ha. Risultano ben impiantati nella memoria atteggiamenti, espressioni facciali e verbali, comportamenti. Durante le pause pranzo, cui loro non partecipano ovviamente, i colleghi non fanno che parlare e ridere di questo.
Due mamme si scambiano convenevoli e sorrisi, oltre che informazioni sui rispettivi pargoli. Le prime parole pronunciate, poi l’alimentazione, il peso, le ore di sonno e il nido dove vanno. E alla fine quale dei due bimbi otterrà un punteggio giù alto?

Siamo geneticamente programmati per competere. La competizione è dietro l’angolo anche delle più apparentemente innocue conversazioni quotidiane, sui banchi di scuola, sulle scrivanie, tra amici, partner o fratelli. Talvolta non ce ne rendiamo nemmeno conto, ma siamo ogni giorno in gara. Ogni giorno si gioca per noi la partita della vita. Dobbiamo provare agli altri il nostro valore. E quando non lo facciamo, sono gli altri che ci sbandierano paragoni e confronti con altre persone (“Alla tua età io lavoravo già”… “La figlia della mia amica sa suonare benissimo il violino”). Così possono complicarci la vita stress, ansia per l’ossessione di vincere -o essere i primi- e paura di non riuscire.

Una giusta dose di competizione come lievito della vita

Come dicevano i latini, in medio stat virtus. Un po’ come per tutte le cose, un po’ in tutti gli ambiti della vita, dal lavoro allo sport, una sana competizione ci spinge più avanti. Migliora la performance e agisce positivamente anche sulla motivazione. Un'altra importante e doverosa considerazione: qualcuno più bravo ci sarà sempre. Appare forse più vincente accettare quest'idea che la ricerca spasmodica del primo posto.
E allora sediamoci pure al primo banco -perchè si segue meglio- ma ricordiamo che all'ultimo si ride di più, forse per la visuale migliore o perché a metter più distanza tra noi e le tante cose della vita, tutto sembra più facile.

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    Durante i primi appuntamenti non ci si innamora soltanto dell'altro. Ci si innamora anche di una versione idealizzata. È il tempo della vetrina emotiva. Le parole vengono scelte con cura e le insicurezze restano in ombra. Le fragilità vengono stemperate dal desiderio di piacere, quasi senza accorgersene. Si offre ciò che appare più luminoso, più amabile, più facile da accogliere.La convivenza e il matrimonio aprono invece lo spazio della quotidianità. È il dietro le quinte, non il palcoscenico. Qui emergono abitudini silenziose, ferite antiche, paure rimaste senza nome. Ciò che a lungo è stato trattenuto trova piccoli varchi nella vita di ogni giorno. In un'irritazione sproporzionata, in un silenzio che punisce, nel bisogno di controllo, in una richiesta di vicinanza che diventa soffocante.L'intimità ha questa natura. Avvicina. E quando ci si avvicina davvero, qualcosa delle difese si allenta. All'inizio l’altro può diventare lo schermo su cui si proiettano gli ideali. Con il tempo diventa anche lo specchio che restituisce ciò che manca, ciò che fa male, ciò che di sé è rimasto ancora incompreso o inascoltato.Per questo, quando qualcuno sembra cambiare dopo il matrimonio, non sempre si tratta di un cambiamento. Talvolta è una rivelazione. Ciò che prima trovava spazio solo negli intervalli degli incontri diventa visibile nella continuità della vita condivisa.La convivenza ha una qualità particolare: rende difficile sostenere a lungo una maschera. Rappresentare, prima o poi, stanca. Per questo ogni legame duraturo chiede qualcosa che precede l'incontro con l'altro: uno sguardo onesto verso il proprio mondo interiore. Quando le ferite restano irriconosciute, si rischia di chiedere alla relazione di curarle.E nessun amore può sostenere, da solo, il compito dell'elaborazione psichica. Amare è incontro.E perché l'incontro duri, prima o poi diventa necessario rivolgere lo sguardo anche verso ciò che, dentro di sé, chiede ancora di essere compreso.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
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