Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

La paura della malattia: vivere il corpo nell’ombra del dubbio

Un antico medico greco, considerato il padre della medicina, Ippocrate, aveva riscontrato in alcuni dei suoi malati la tendenza a preoccuparsi troppo della propria salute. Aveva attribuito tale angoscia ad un’affezione dell’ipocondrio, parte situata sopra l’addome, considerato all’epoca sede delle passioni e delle emozioni.

Oggi non parliamo più di umori o visceri come origine delle emozioni, ma qualcosa di quella intuizione rimane: il corpo può diventare il luogo privilegiato dell’angoscia.
La moderna logica sbrigativa dell’autodiagnosi porta spesso alla tentazione di attribuire un sintomo a una qualche malattia. Il medico si ritrova così a onorare il suo compito di diagnosta scacciando dubbi e terribili fantasmi nella mente di persone i cui timori risultano, con dati alla mano, infondati. Eppure la sofferenza resta reale.

L'ipocondria oggi

Additato dal mondo come malato immaginario, chi soffre di un disturbo d’ansia di malattia, ha una preoccupazione eccessiva e persistente per la propria salute. Spesso in assenza di una patologia organica significativa. Le sensazioni fisiche avvertite, il dolore, l’affaticamento, le palpitazioni, sono reali, ma ciò che genera sofferenza non è tanto il sintomo in sè, quanto il significato che gli viene attribuito. Un segnale corporeo comune viene interpretato come indicatore di una malattia grave, innescando paura, allarme e un costante stato di vigilanza verso il corpo. In questa prospettiva, il problema non risiede nell’immaginare la malattia, ma nel vivere il corpo come una fonte continua di minaccia.
Tutto il malessere è focalizzato sulla malattia o sulle malattie possibili. Qualcosa che nessuno riconosce e che lascia la persona sola, incompresa, alla ricerca di risposte. Insieme alla ricerca di cosa curare.

In questa solitudine carica di allarme, ciò che spesso resta inascoltato non è il corpo, ma la sofferenza della persona. Le origini dell’angoscia, molto probabilmente, non risiedono soltanto nel timore della malattia, ma nella complessità della mente e nel bisogno profondo di essere riconosciuti nella propria vulnerabilità.
Chiedere aiuto, prima ancora che ricevere risposte, significa cercare uno spazio in cui la propria paura possa essere accolta, compresa, contenuta. Non sempre si cerca una diagnosi: talvolta si cerca qualcuno che sappia sostare accanto al dubbio.

Il circolo vizioso dell'ansia per la salute

La preoccupazione per la malattia si organizza come un movimento circolare, silenzioso e persistente. Tutto può iniziare da una sensazione fisica comune, appena percettibile, che viene colta come un segnale d’allarme e subito caricata di significati minacciosi. Da quel momento, l’ansia prende spazio e orienta lo sguardo verso l’interno, rendendo il corpo un territorio da sorvegliare. Ogni minimo cambiamento viene osservato, amplificato, interrogato. Nel tentativo di placare la paura, la persona cerca rassicurazioni: visite mediche ripetute, controlli, ricerche incessanti di risposte. Ma il sollievo che ne deriva è fragile e transitorio; presto lascia il posto a nuovi dubbi, rafforzando l’idea che il pericolo sia sempre in agguato. Così, la paura non si risolve, ma trova il modo di rinnovarsi e di restare.

Fin dall'infanzia si impara a dare un significato ai segnali del corpo. È attraverso lo sguardo e le parole dell’altro che apprendiamo a nominare il dolore, la fame, la paura. Quando questa capacità di integrare mente e corpo si incrina, il segnale fisico può perdere la sua dimensione simbolica e diventare un elemento isolato, da interpretare in modo rigido e minaccioso.
In questa prospettiva, l’emergere di manifestazioni ipocondriache può essere letto come un malfunzionamento di questa funzione integrativa, una separazione netta tra ciò che si sente nel corpo e ciò che si riesce a pensare nella mente.

Le rassicurazioni non bastano

Di fronte alla paura, la ricerca di rassicurazione appare come una risposta naturale e comprensibile. Il parere del medico, l’esito di un esame, una spiegazione razionale sembrano offrire un argine all’angoscia. Tuttavia, nel disturbo d’ansia di malattia, la rassicurazione non riesce a produrre un cambiamento duraturo. Il sollievo che ne deriva è breve, fragile, e lascia presto spazio a nuovi interrogativi. Ogni risposta sembra contenere in sé il seme del dubbio successivo. In questo modo, ciò che dovrebbe rassicurare finisce per alimentare la convinzione che vi sia davvero qualcosa da temere, mantenendo viva l’attenzione verso il corpo e la sua presunta vulnerabilità.

Metaforicamente, è come se l’attenzione della persona fosse interamente concentrata su aspetti di sé percepiti come fragili e frammentati. Il bisogno di rassicurazione sul proprio valore personale, sulla propria consistenza e legittimità, può trasformarsi in bisogno di rassicurazione sulla propria esistenza fisica.
Se il corpo è “sano”, allora esisto in modo sicuro; se il corpo è a rischio, anche il senso di me vacilla.

Incertezza: un nodo centrale

Alla base della preoccupazione per la malattia vi è spesso una profonda difficoltà a tollerare l’incertezza. Il corpo, per sua natura mutevole e imperfetto, diventa una fonte di domande senza risposta definitiva. In assenza di certezze assolute, ogni sensazione può essere vissuta come un segnale ambiguo, ogni cambiamento come un presagio. Il bisogno di controllo nasce dal tentativo di colmare questa incertezza, ma finisce per renderla ancora più ingombrante. Più si cerca una sicurezza totale, più la possibilità del dubbio si impone con forza.

La preoccupazione per la malattia non è un capriccio né un inganno della mente, ma una forma di sofferenza autentica che prende forma nel rapporto con il corpo e con il significato attribuito ai suoi segnali. Talvolta, dietro questa paura, si nascondono perdite, ricordi di malattie, esperienze di impotenza. Il corpo diventa il luogo in cui si deposita un’ansia più ampia: la paura di perdere il controllo, la paura della morte, la paura di non essere al sicuro. Comprenderne il funzionamento consente di spostare lo sguardo dalla ricerca incessante di una diagnosi alla possibilità di costruire un modo diverso di abitare il proprio corpo. Un modo in cui la salute non coincida con l’assenza totale di sensazioni o di dubbi, ma con la capacità di attraversarli senza trasformarli in condanne.

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    Il desiderio di sentirsi accolti può far portare ad aprire la porta troppo facilmente. Basta un cenno, un richiamo, per ritrovarsi disposti all'offerta di sé: una disponibilità viva, intessuta di cura e premura, profusa talvolta senza conoscerne la destinazione o la reale natura dell'interlocutore.Eppure, l'esperienza profonda relazionale rivela come l'apertura all'altro non debba declinarsi in una totale ed illimitata accessibilità. La genuina disposizione relazionale può - e deve - coesistere con la facoltà di discernere e preservare i perimetri della propria soggettività. L'arresto è eticamente necessario: un momento in cui la porta della propria intimità si chiude, per inaugurare uno spazio di osservazione e riflessione. Per comprendere ciò che è rimasto, ciò che è stato dato senza reciprocità e ciò che, invece, merita di essere custodito. Una scelta di consapevolezza, orientata alla salvaguardia delle proprie risorse. Non un ripiegamento difensivo. L'uso dello "spioncino" quale filtro simbolico prima di aprire, consente di darsi il tempo del riconoscimento.Si impara a scegliere, senza per questo smettere di fidarsi. Ci si concede il tempo di conoscere una persona, di osservare la coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, di ascoltare le proprie sensazioni e di riconoscere se, dall'altra parte, esiste davvero uno spazio di reciprocità.Ci sono confini e ci sono anche porte che possono continuare ad aprirsi, ma non più automaticamente. La maturità emotiva si fonda sul superamento dell'automatismo della donazione, nel restituire all'atto di varcare la soglia il valore profondo di un gesto consapevole e desiderato, non sul blindare i confini del Sé, né sul disincanto che rinuncia al legame.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ...
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