Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

Empatia: due passi con le scarpe dell’altro

A volte ci siamo sentiti dire “Mettiti nei miei panni!” Altre volte noi stessi l’abbiamo preteso dall'altro. Talvolta ci è sembrato di riuscirci, mentre in altri casi abbiamo dovuto rinunciare.
Questo sforzo, desiderio, bisogno, vittoria e sconfitta ha il nome di “empatia”. Sapersi mettere nelle scarpe degli altri, come preferiscono gli inglesi (to be in someone’s shoes), è questione di empatia.

Cosa rappresenta l’empatia

Empatia significa stare con l’altro sotto lo stesso cielo nuvoloso, astenendosi da un atteggiamento giudicante. Sentire la stessa cosa.  Non occorre vivere la stessa situazione dell’altro. Anche se l’esperienza altrui ci è totalmente estranea, possiamo ugualmente entrare in empatia attraverso i nostri processi cognitivi. Rispecchiarsi nell’altro è una pratica perfettamente iscritta nel tessuto cerebrale. Esistono cioè delle aree del cervello in grado di predisporci a questi meccanismi: i neuroni specchio. Individuati nell’uomo nell’area premotoria, inclusa l’area di Broca (che presiede alle attività del linguaggio), rendono possibile la capacità di avere la mente dell’altro in mente. Studi condotti tramite sofisticate tecnologie di brain imaging funzionale, che permettono di visualizzare ciò che accade nel cervello, hanno riscontrato come i neuroni specchio si attivino allo stesso modo sia quando osserviamo un’azione sia quando la compiamo noi stessi. Quando guardiamo un volto sorridente, attiviamo gli stessi muscoli facciali, anche se non ne siamo coscienti.

Cosa non rappresenta l’empatia

Empatia non è compatimento o simpatia. La simpatia è ben diversa dall’empatia perché, collocata nel campo delle relazioni amicali, si basa su una certa condivisione di giudizi e valori. Si può provare simpatia in modo cosciente ma con caratteristiche di superficialità, in assenza di movimenti emotivi profondi. Fa scivolare, il più delle volte, nelle frasi “almeno…”, magari con tanto di pacca sulla spalla. Al contrario, l’empatia si sviluppa in assenza di vincoli amicali. Per provare empatia ci è richiesto di diventare in qualche modo l’altro. Quelli che vibrano sono quindi elementi più profondi.

Quadri clinici legati a deficit di empatia

In molte situazioni psicopatologiche le capacità empatiche possono essere compromesse.
La persona con un Disturbo Antisociale di Personalità tende a violare i diritti altrui. Incapace di assumere responsabilità, di mantenere un’occupazione e una relazione affettiva stabile, si rapporta agli altri con superficialità e mancanza di rispetto per sentimenti e preoccupazioni.
Le difficoltà nelle relazioni interpersonali nel Disturbo Borderline di Personalità potrebbero essere dovute, all'instabilità emotiva ed a difficoltà nella sfera empatica.
Nei disturbi dell’umore è frequente una maggiore tendenza all’irritabilità, lamentele somatiche, perdita di interesse o piacere per molte attività e tendenza al ritiro sociale.
L’alessitimia comporta difficoltà nella comprensione, elaborazione e descrizione delle proprie emozioni. Essendo la consapevolezza dei propri stati emotivi necessaria per riconoscere stati emotivi altrui, l’alessitimia dovrebbe comportare deficit di empatia.
La mancanza di empatia, la cecità mentale, crea barriere nella comunicazione e nei rapporti più stretti a individui autistici o con Sindrome di Asperger.

Conclusioni

L’empatia, in quanto abilità cognitiva, può essere praticata, allenata. Se siamo in grado di decidere come e quanto attivarla, dovremmo essere in grado di evitare scivolare nei due estremi di assenza o eccesso di empatia.

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    Ci sono scene che tendono a ripetersi nelle relazioni. Una delle più frequenti è la convinzione che il cambiamento debba partire sempre dall'altro.Nelle coppie, in famiglia e in molti altri contesti relazionali, può accadere che ciascuno abbia ben chiaro ciò che l'altro dovrebbe fare, dire o modificare, mentre diventa più difficile interrogarsi sul proprio contributo alla relazione.Freud ha osservato qualcosa di particolare, chiamandolo proiezione: la facilità nel vedere nell'altro ciò che si rifiuta di riconoscere in se stessi. Non significa che ogni critica rivolta agli altri sia una proiezione, ma ciò che non possiamo ammettere internamente spesso appare, con una chiarezza sorprendente, nella persona accanto a noi.Per questo motivo, nelle relazioni è utile domandarsi quanto di ciò che si desidera ricevere si sia già disposti a offrire, quanto si ascolti e si comprenda quando si cercano ascolto e comprensione e quanto il rispetto che si desidera venga comunicato anche attraverso i piccoli gesti quotidiani.Anche Lacan ha sottolineato come l'incontro con l'altro possa avere una funzione di specchio, portando alla luce aspetti di sé che possono risultare scomodi o difficili da accettare. Per questo così tante persone trascorrono la loro vita cercando di lucidare il riflesso, quando, in realtà, dovrebbero guardare il proprio viso.La grande tragedia delle relazioni non è la presenza dell'imperfezione, ma il continuo recitare la stessa scena, aspettando che il finale cambi senza modificare il proprio ruolo.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
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