Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

Il vuoto della Dipendenza Affettiva

Tutti iniziano la vita dipendenti da qualcuno. Come disse una volta Winnicott “Se vuoi descrivere un bambino, ti troverai a descrivere un bambino e qualcun’altro”. L’indipendenza si acquisisce con la crescita e quel progressivo processo che in psicologia viene detto di separazione ed individuazione. Diventa essenziale non perdersi nelle relazioni.

Chi nel campo dell’affettività dipende dall’altro sviluppa una serie di sintomi fisici e psichici che, associandosi tra loro, concorrono a determinare una vera e propria patologia. Chi soffre di dipendenza affettiva ha conosciuto momenti migliori, ma in quello della dolorosa separazione, e talvolta dell’elaborazione di un tradimento devastante, cammina con passo lento e pesante. Ha le spalle curve per il peso di un invisibile fardello. Sembra aver perso la propria luce. È una donna, nella maggior parte dei casi, con un corpo a lutto, trascurato. Ha perso valore ai suoi occhi per averlo perso agli occhi dell’altro. Non ha trucco perchè non crede più nella sua femminilità, non per lasciare la possibilità alle lacrime di grondare senza preoccuparsi delle sbavature di rimmel. Soffoca la rabbia per l’altra che ha portato via il partner idealizzato, o per quest’ultimo. Dirige quella rabbia contro se stessa, spesso come senso di colpa.

Non si sa come riempire il cratere insaziabile che si ha nel cuore. La paura permea ogni forma di dipendenza. Paura dell’abbandono e della separazione, di perdere l’amore, di mostrarsi per come si è, di amare l’altro per quello che non è, di essere esclusi, annullati. Oscilla continuamente tra desiderio e paura della vicinanza. Capace di mettere al primo posto i bisogni dell’altro di cui si prende cura, trascurando i propri e maturando la convinzione che questi coincidano esattamente con quelli altrui. “Io ti salverò” è più di una promessa, diventa un atteggiamento, uno scopo esistenziale. L’illusione di impostare la coppia su un forte senso del “noi” impone di farsi carico di ogni eventuale problema e della relativa soluzione. Tutto deve funzionare ma niente sembra andare mentre ci si ammala progressivamente di cecità emotiva.

Alla gabbia della dipendenza si aggiungono tanti lucchetti. Il silenzio col mondo è il primo: un mondo che non capisce e che non si capisce obbliga a preservare un qualche solenne segreto. Qualsiasi tentativo esterno atto a far aprire gli occhi sull’evidente patologia relazionale rischia evitamento e rottura delle amicizie. È tipicamente umano non ammettere l’evidenza. Si ha bisogno di passare attraverso vari gradi di fallimenti prima di liberarsene. Spesso rimangono strascichi di un trauma a tutti gli effetti: ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, rapporto disfunzionale col cibo e idee ossessive. Si cerca di controllare tutto, impegnandosi ad assecondare, compiacere, evitare discussioni. Sentirsi indispensabile, protagonista del salvataggio altrui da alla propria autostima il permesso di crescere. Quella di poter cambiare l’altra persona diventa una sfida, la stessa persa del passato, di riuscire prima o poi a farsi amare da chi non ne vuole sapere, nella convinzione di poterla finalmente vincere.

Dipendenza chiama dipendenza

L’incastro di coppia si crea solitamente con un partner che è a sua volta colpito da qualche problematica, spesso una dipendenza dall’alcol, dalla droga, o dall’ammirazione e dal successo. È una persona irraggiungibile emotivamente o con cui non è possibile costruire un rapporto sano e completo. Il classico uomo già sentimentalmente impegnato o portato ad investire con il contagocce nelle relazioni per non perturbare il proprio mondo interiore. Immancabile e inguaribile Narciso. L’assenza, il silenzio, è la sua arma più potente, che spiazza: dopo aver concesso qualche briciola, scompare. Potrebbe poi ripresentarsi all’improvviso per dare altre briciole, continuando a spingere il partner sempre più in fondo, nella spirale della dipendenza affettiva. Più o meno consapevole del vuoto che crea, ma comunque compiaciuto dell’inseguimento sentimentale che scatena.

Nella dipendenza affettiva è presente lo stesso meccanismo di ricompensa delle altre dipendenze. A livello cerebrale, dal punto di vista bio-chimico, si produce un cocktail di ormoni, tra cui adrenalina, dopamina e ossitocina. Come nel gioco d’azzardo, si inizia con una vincita notevole, che procura euforia, che da alla testa e può innescare una dipendenza. Dopodiché, come giocatori compulsivi, si comincia a perdere ogni volta, ma nonostante ciò si continua imperterriti a giocare, alla ricerca dell’eccitazione di quella lontana vincita. Andarsene non è mai semplice: si instaura un legame molto forte con il carnefice, così stretto che qualsiasi altro rapporto passa in secondo piano, per effetto dell’intensità con cui sono vissute le emozioni.

Sempre briciole, da sempre

Sono certamente coinvolti nello sviluppo e attecchimento del problema fattori biologici, psicologici e sociali, anche se, come sempre, è difficile isolare il peso specifico di ciascuno di questi nelle dinamiche interne alla persona. Chi da bambino non ha ricevuto amore incondizionato, da adulto è condannato a questa gabbia. La dipendenza germoglia nelle esperienze precoci, nei vissuti di un genitore iperprotettivo o autoritario. Cresce in un clima interno carico di ansia, che invia messaggi di pericolosità in relazione alle esperienze di autonomia del bambino, scoraggiate in quanto collegate alla perdita dell’amore dei genitori. Oppure, su delega del genitore, il bambino può aver assunto un ruolo di accudimento, sacrificandosi fino ad annullare i propri bisogni. Può essere un bambino particolarmente empatico, intuitivo, sensibile, bravo a scuola e nello sport, che non da problemi. Pronto a cogliere qualsiasi segnale di approvazione o disapprovazione. Come un soldatino, sempre sull’attenti.

A chi nell’infanzia ha imparato a cavarsela con poco rimane la ferita dell’abbandono. Rimane la sensazione di un profondissimo vuoto che nulla sembra riuscire a colmare, e il senso solitudine anche in presenza di figure significative. La certezza di un sé in qualche modo sbagliato, difettoso.
 Si può cambiare. Si possono nuovamente muovere passi con più leggerezza su un sentiero che porta ad affrancarsi da una sorta di anestesia emotiva. Ad ascoltare se stessi, a identificare, controllare e comunicare emozioni e pensieri, a liberare le difese da troppo tempo imprigionate, a non inibire le sensazioni negative, per riconoscere e analizzarle. Il corpo può riappropriarsi della propria vitalità, che sia un accenno di sorriso o un velo di rossetto. È un riscatto di autostima, sollevandosi da un pesante carico di stress fisico ed emotivo, perché non si può consegnare il proprio valore al giudizio dell’altro.

Contatti

fabrizia.capurso

Si riceve, previo appuntamento, a Bari, in corso Cavour 60.
Per richiedere informazioni o prenotare una consulenza psicologica presso lo Studio o su Skype è possibile utilizzare i mezzi sopra indicati oppure compilare il modulo di contatto, avendo cura di lasciare nome  e un recapito valido a cui essere ricontattati. L’indirizzo mail, ogni altro dato sensibile e il contenuto della richiesta, saranno trattati nel rispetto delle norme sulla privacy.





    Facebook Posts

    Il desiderio di sentirsi accolti può far portare ad aprire la porta troppo facilmente. Basta un cenno, un richiamo, per ritrovarsi disposti all'offerta di sé: una disponibilità viva, intessuta di cura e premura, profusa talvolta senza conoscerne la destinazione o la reale natura dell'interlocutore.Eppure, l'esperienza profonda relazionale rivela come l'apertura all'altro non debba declinarsi in una totale ed illimitata accessibilità. La genuina disposizione relazionale può - e deve - coesistere con la facoltà di discernere e preservare i perimetri della propria soggettività. L'arresto è eticamente necessario: un momento in cui la porta della propria intimità si chiude, per inaugurare uno spazio di osservazione e riflessione. Per comprendere ciò che è rimasto, ciò che è stato dato senza reciprocità e ciò che, invece, merita di essere custodito. Una scelta di consapevolezza, orientata alla salvaguardia delle proprie risorse. Non un ripiegamento difensivo. L'uso dello "spioncino" quale filtro simbolico prima di aprire, consente di darsi il tempo del riconoscimento.Si impara a scegliere, senza per questo smettere di fidarsi. Ci si concede il tempo di conoscere una persona, di osservare la coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, di ascoltare le proprie sensazioni e di riconoscere se, dall'altra parte, esiste davvero uno spazio di reciprocità.Ci sono confini e ci sono anche porte che possono continuare ad aprirsi, ma non più automaticamente. La maturità emotiva si fonda sul superamento dell'automatismo della donazione, nel restituire all'atto di varcare la soglia il valore profondo di un gesto consapevole e desiderato, non sul blindare i confini del Sé, né sul disincanto che rinuncia al legame.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ...
    View on Facebook (opens in a new tab)

    Categorie

    Ottobre 2026
    L M M G V S D
     1234
    567891011
    12131415161718
    19202122232425
    262728293031  

    La tua privacy è importante

    Non vogliamo certo sperperare ai quattro venti quello che fai qui, ma per noi sarebbe importante poter raccogliere alcune informazioni sulla tua navigazione, così da poter continuare a migliorare questo sito. Per questo avremmo bisogno di poter attivare anche strumenti di statistica, marketing e contenuti esterni. Va bene per te?