Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

Vivere a due velocità: il disturbo bipolare

Alcune esistenze somigliano ad una costellazione di esperienze di sofferenza ed estraneità. Estranee a una possibilità di comprensione o di un riconoscimento da parte degli altri. Estranee alla comprensione del motivo di alcune reazioni. Della provenienza di alcuni comportamenti e dell’espressione di certe emozioni. Nessuna frase di circostanza o giro di parole renderebbero perfettamente l’idea di una sensazione soggettiva di “bassi”, della stanchezza e dell’insoddisfazione, dello scoraggiamento fino alla vera e propria disperazione. Dopo gli “alti” dell’euforia, della velocità, delle idee eccessivamente ottimistiche e degli obiettivi irragionevolmente numerosi ed ambiziosi. E su quelli obiettivi poi il mondo o la realtà puntano il dito. Accusa di averne portati a termine pochi o nessuno.

Il disturbo bipolare non consiste in qualche sbalzo d’umore. È qualcosa di molto più debilitante ed estremamente invasivo nella vita colpita. L’umore è la coloritura dell’essere, l’attitudine di base verso l’esistenza. Una sorta di caratteristica individuale, piuttosto stabile nel tempo. Nonostante le variazioni dovuti agli impegni, ai problemi, ai cambiamenti climatici. Nel corso della vita si possono sperimentare sbalzi d’umore, lontani dall’essere dei veri e propri disturbi.

Velocità

I lampi di una vita spericolata e sregolata, trascinata nella spirale dell’alcol, della droga o dei comportamenti impulsivi, non riescono ad allontanare l’oscurità che la avvolge. Andare al massimo regala un’ebbrezza incomparabile. L’irrequietezza previene e preclude il sonno, e d’altro canto la mancanza di questo ha un suo peso nella vita. Le idee viaggiano ad alta velocità. Ci si accorge solo di essere estremamente produttivi nei progetti. Non si comprende quanto questi momenti possano avere dei costi enormi. La stabilità emotiva viene compromessa, come anche la propria salute e i rapporti: il prezzo è alto. Si è speso troppo, ma le luci accese sono talmente tante che è difficile gestire quell’energia. Si corre, si va a mille, nonostante i troppi salti accumulati nel vuoto.

E rallentamento

La giostra però a un certo punto si ferma. Tutte le lampadine accese si spengono. Nel cervello accade qualcosa di molto simile ad un black out improvviso. Si sta al minimo per il resto del tempo, con un rallentamento mentale e del linguaggio. Sembra impossibile portare a termine anche i compiti più semplici perchè l’energia è esaurita, rimpiazzata dal fiatone per pochi passi. Anche quando le cose vanno male si rischia di cadere nella trappola dell’alcol o della droga.

Creatività e disturbo bipolare

Anche la vita di alcuni illustri nel campo dell’arte e della letteratura, da Michelangelo a Van Gogh, da Hemingway a Whitman, si sa che è stata caratterizzata da violente emozioni contrastanti. Al punto da mettere in relazione questa condizione di tragica dualità con la genialità.
La paura di perdere il proprio talento creativo, nel lavoro o in altre attività, che rende brillanti nel trovare soluzioni, impedisce di cercare una soluzione al proprio malessere. E purtroppo a volte sono parecchi gli anni senza una corretta diagnosi o senza nessuna diagnosi. Quindi il trattamento è inadeguato o inesistente. Il rischio non è soltanto quello di un aggravamento della condizione mentale. Ne risente anche la salute fisica e la vita, come quella delle persone che stanno accanto.

Quando il disturbo bipolare viene diagnosticato, tutte le conseguenze negative possono essere affrontate. Un aiuto specialistico è necessario per migliorare la propria condizione e il proprio umore, per imparare a monitorare e prevedere le fluttuazioni. Focalizzarsi su un obiettivo per volta, potenzia quella creatività tanto cara, senza ridurla. È una possibilità di ricollocamento nella realtà in modo più concreto e razionale. Senza distaccarsi troppo con i sogni o evadere con la fantasia, senza nutrirsi di un effimero sollievo. Il sollievo viene dal sapere che esiste la possibilità di condurre una vita normale, brillante e produttiva. A patto che il monitoraggio e le cure costanti facciano parte della vita. Il sollievo arriva allacciando nuove relazioni. Fronteggiando meglio i problemi, con più forza e determinazione, e la voglia di rialzarsi sempre, in modo sano, dopo ogni caduta.

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    C'è, nel cuore di un genitore, uno spazio che somiglia a un giardino. È lì che prende forma la relazione con il figlio: uno spazio simbolico fatto di presenza, sintonizzazione emotiva e significati condivisi. Non è soltanto un luogo di cura, ma anche di riconoscimento reciproco e costruzione dell'identità.Fin dalle prime interazioni, il genitore svolge una funzione complessa e fondamentale: offrire contenimento e, allo stesso tempo, favorire apertura. Proteggere senza chiudere, rispecchiare senza invadere. In questo equilibrio si struttura una dimensione centrale dello sviluppo: il senso di sicurezza.Le esperienze quotidiane di uno sguardo, una voce che calma o un incoraggiamento nei primi tentativi di autonomia, contribuiscono a costruire quella che in psicologia viene definita base sicura. Da qui il bambino può esplorare il mondo, sapendo di poter tornare a un riferimento stabile.Nel caso della relazione padre-figlio, questa dinamica assume una sfumatura specifica. Il padre può rappresentare una figura che orienta e protegge, ma anche che sostiene l'esplorazione e la crescita. Accanto alla funzione di guida, emerge spesso un'altra dimensione: quella di riconoscimento delle risorse e delle potenzialità del figlio.Il legame si costruisce così in una circolarità relazionale: il genitore sostiene lo sviluppo dell'autonomia, mentre il figlio, attraverso la propria vitalità e spontaneità, contribuisce a rinnovare e trasformare la sensibilità emotiva dell'adulto.Con il tempo, il "giardino" si espande. I confini iniziali si trasformano, e ciò che era protezione deve gradualmente diventare spazio per la separazione e la differenziazione. In questa fase, la funzione genitoriale evolve: non si tratta più solo di custodire, ma di permettere.Lasciare andare non è una rinuncia al legame, ma una sua trasformazione. Implica la capacità di sostenere la distanza mantenendo la presenza emotiva, senza possesso né controllo.Quando questo processo avviene in modo sufficientemente armonico, il figlio interiorizza l'esperienza relazionale come una struttura interna stabile: non come modello da replicare, ma come base da cui costruire la propria identità.La figura genitoriale si configura come base sicura e promuove resilienza e autonomia. Una presenza sufficientemente sintonizzata favorisce lo sviluppo di adulti capaci di regolazione emotiva, fiducia in sé e consapevolezza relazionale.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
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