Fabrizia Capurso - Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia e Psicoterapia Cognitiva - EMDR

La paura affrontata diventa coraggio

La lezione più importante che l’uomo possa imparare in vita, non è che nel mondo esiste la paura, ma che dipende da noi trarne profitto e che ci è consentito tramutarla in coraggio. (Tagore)

“Paura” deriva da “pavere”, verbo usato dai latini col significato di “tremare”. Possiamo considerarla la più primitiva e fondamentale delle emozioni umane se immaginiamo i nostri antenati al riparo in una caverna, mentre il cielo tuona sopra di loro, tremanti, oppure petrificati, col cuore che batte forte, al cospetto di una bestia feroce.

Difese ancestrali

Moltissime specie animali sulla Terra condividono con noi le reazioni involontarie a una minaccia. Per salvare la pelle, abbiamo un sistema ancestrale ed istintivo di reazione, efficace ed immediato, che in presenza di determinati stimoli, percepiti o vissuti come pericolosi, si attiva. Il congelamento (freezing) è una prima ed immediata reazione. Come osserva Darwin, “l’uomo spaventato sta dapprima immobile e senza respirare come una statua, oppure s’accoccola istintivamente per sottrarsi alla vista del suo nemico”. In effetti il congelamento, nonostante possa sembrare una premessa a una rapida fine, aiuta a ridurre il rilevamento mentre si valuta la situazione. Intanto, dal punto di vista fisiologico, aumentando l'adrenalina in circolo, avvengono una serie di cambiamenti. I principali:

  • Aumenta il battito cardiaco veicolando più sangue ed ossigeno ai muscoli per essere più scattanti.
  • Aumenta la tensione muscolare per predisporre il corpo ad una reazione fisica più efficace.
  • Aumentano gli zuccheri disponibili nel sangue per avere immediatamente disponibile del combustibile energetico.
  • Le pupille si dilatano e l’udito si acuisce per migliorare la percezione sensoriale.
  • Si blocca l'apparato digerente, comprese le ghiandole salivari (è questo il motivo per cui sentiamo la bocca arida, una sensazione di nausea o di "nodo allo stomaco").

Ci si prepara per la successiva risposta “combatti-o-fuggi”. Quindi, mammiferi ed altre specie di vertebrati, dispongono di alcune reazioni comportamentali difensive che si articolano in un menu di tre parti: per prima cosa congelare il movimento; fuggire se è possibile; combattere se necessario.

Quando l’attacco o la fuga non sembrano avere qualche possibilità di riuscita, c’è l’opzione “fare il morto” (faint). Come il congelamento, questo comportamento può prevenire l’attacco, ma mentre nel congelamento i muscoli sono contratti e pronti per lottare o fuggire, nella finta morte il corpo è flaccido.

Non ci siamo ancora estinti eppure…

Una volta avevamo paura dei tuoni e degli animali selvaggi. Oggi la mente, facendo affidamento sulla paura, vede potenziali pericoli quasi ovunque: in una multa, in un capo che ci controlla, in un nuovo lavoro, in un mutuo, in un ingorgo stradale, nella possibilità di fare una figuraccia. Viviamo in una società allergica alla paura, contaminata dal terrore, dal terrorismo. Affolliamo spazi pubblici con telecamere di sorveglianza e avvisi a prestare attenzione a tante cose. Nel frattempo aumenta il nostro nervosismo, gli attacchi di panico: la paura della paura. Quante di queste cose mettono davvero a rischio la nostra vita? Spesso giudichiamo emozioni come questa negative. “L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa” proclamava Franklin D. Roosevelt nel 1933. La frase già allora era un clichè: tre secoli e mezzo prima, Michel de Montaigne aveva scritto “la paura è la cosa di cui ho più paura”.

Quando la paura diventa patologica?

Una reazione di allerta di per sé positiva, può finire per trasformarsi, per estendersi a macchia d’olio e manifestarsi in situazioni apparentemente tranquille e innocue, come avviene in ascensore, in aereo, al supermercato. Perde la sua utilità e diventa tormento, nel senso più vivo del termine. Si interiorizza, vivendo di vita propria, slegata dalla situazione che l'ha creata. Da emozione salvavita può diventare un sintomo con un impatto devastante sulla vita di tutti i giorni.
E allora... coraggio!

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    Guarire è un processo disordinato. A volte lento e tutt'altro che lineare, fatto di passi avanti e passi indietro. Non esistono scorciatoie, formule magiche o momenti in cui il dolore scompare improvvisamente e tutto torna al proprio posto.Anche nel dolore, però, qualcosa può continuare a muoversi. Si guarisce vivendo. Non quando ci si sentirà finalmente pronti, non quando il dolore sarà del tutto scomparso, ma dentro la vita così com'è: imperfetta, incerta, a volte faticosa. Nella quotidianità può aprirsi la possibilità di una trasformazione.A volte guarire significa semplicemente continuare a esserci. Alzarsi dal letto, prendersi cura di sé, chiedere aiuto, dare spazio alle proprie emozioni, tornare lentamente verso ciò che può offrire piacere, interesse o significato.Guarire non significa necessariamente smettere di soffrire, ma imparare a fare del dolore un'esperienza della propria vita senza permettergli di diventare tutta la propria vita. Anche una passeggiata, una conversazione sincera o una canzone che si riesce di nuovo ad ascoltare senza il bisogno di evitarla possono avere valore. Non perché la sofferenza sia finita, ma perché, accanto ad essa, torna a esserci altro.Il dolore può occupare molto spazio e modificare il modo in cui si guarda a se stessi, agli altri e al futuro. Può spegnere l'interesse per ciò che prima dava piacere e rendere difficile immaginare una possibilità diversa. Eppure, guarire non significa necessariamente tornare a essere quelli di prima. Significa trovare, nel tempo, un modo nuovo di abitare la propria esperienza. Fare spazio a ciò che il dolore aveva messo in ombra. Lasciare che, lentamente, la vita torni ad avere più di una sola voce. Il movimento della guarigione non cancella ciò che è stato, ma fa in modo che non sia più l’unica cosa a definire chi si è.- Dott.ssa Fabrizia Capurso ... See MoreSee Less
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